È uscito il n° 15 di “Ulisse”

La comunicazione

Non è facile in carcere. Le istituzioni per loro natura sono rigide, legate a regole e protocolli.  Alle richieste dei detenuti rispondono, ma a volte con ritardi e modalità che possono apparire come un “irrispettoso silenzio”.

Nemmeno la comunicazione fra gli stessi detenuti  è facile: creare un organismo che li rappresenti di fronte all’autorità è un’utopia, troppo difficile, troppo faticoso, ma anche soltanto parlarsi e capirsi in sezione è diventato un problema: prevale l’irrigidimento di gruppi che comunicano solo al proprio interno, con la propria lingua e la propria sensibilità e moltiplicano le sezioni nella sezione.

Ulisse n. 15

Ulisse – Il giornale della Casa Circondariale di Modena – n° 14

Recidiva

Alla fine dal carcere si esce, i detenuti lo sanno e contano i mesi e i giorni che li separano dalla libertà, sanno che la data viene rispettata al minuto, non ci sono problemi per questo.

Il problema sta nel rientro nella società. Non per tutti, perché alcuni hanno ad attenderli e a riaccoglierli una famiglia, hanno risorse proprie, una casa, il lavoro… La maggioranza però non ha tutte queste cose, ne ha qualcuna o forse nessuna e allora il rientro è difficile e fa paura.
C’è qualche aiuto per loro?
Sì, anche se sempre insufficiente, ma qualcosa c’è.
Ha anche un nome, si chiama “Sportello dimittendi”.

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Ulisse – Il giornale della casa circondariale di Modena – N° 13

La paura di uscire

l fine pena non è solo un momento di liberazione e di gioia. Spesso il sentimento prevalente in chi esce è la paura. Là fuori c’è qualcuno che ti aspetta? E se sì, come ti accoglierà? E se non c’è nessuno? Il volontario di turno ti darà un passaggio fino alla stazione dei treni, ti aiuterà forse ad acquistare un biglietto, ma poi? Come si fa a non commettere più reati? Se mancano soldi e documenti, torni a rubare e a spacciare. E torni dentro.
In questo numero la paura è narrata in due casi personali, quelli di Fernando Cacal e di Gentian Shemshiri, nelle domande rivolte al Magistrato di sorveglianza, in qualche modo anche nel tema degli affetti, così difficili da coltivare qui in carcere, ma essenziali.

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