Il carcere è un’istituzione malata
Il 14 dicembre si è tolto la vita, usando come arma la pistola d’ordinanza, Ciro Aufiero, fino a poco tempo prima comandante degli agenti di polizia penitenziaria della casa circondariale “Sant’Anna” di Modena. Aveva 33 anni e ricopriva il delicato incarico direttivo dal mese di aprile.In qualità di volontari, non è nostro compito entrare nel merito delle indagini avviate o della dinamica dell’evento, desideriamo semplicemente condividere gli interrogativi emersi all’interno del gruppo, dopo aver ricevuto la notizia della tragica morte. Ci sembra giusto e doveroso farlo soprattutto perché, nel coro di chi ha giudicato il comandante una persona quantomeno bizzarra - in certe scelte e atteggiamenti - ci siamo trovati pure noi; e, forse dimentichi che l’attenzione agli operatori penitenziari è parte integrante del nostro impegno per un’umanizzazione della pena, non ci siamo granché preoccupati dell’eventuale disagio, solitudine, sofferenza… vissuti in quel momento da Aufiero: potevamo “leggere tra le righe” di qualche sua decisione troppo “scolastica”, presa nei confronti della popolazione detenuta o delle attività da noi proposte? Eravamo in grado, dal momento che non conoscevamo nulla di lui né del suo percorso di formazione? Perché nessuno, durante l’iter formativo, è stato capace di captare eventuali immaturità o fragilità umane?Ecco, nel tentativo di trovare risposte abbiamo recuperato, sembrandoci di stringente attualità, l’intervento del comandante Giuseppe Pilumeli, pronunciato al convegno padovano “Carcere: la salute appesa a un filo” (20 maggio 2005). Poiché che mette l’accento sul problema della formazione e del sostegno agli operatori penitenziari, lo riproponiamo oggi all’attenzione di tutti:
“Io non ho tantissime cose da dire, quindi non vorrei tradire le aspettative. Sono venuto volentieri per molte ragioni e per una in particolare: perché a questo tavolo non c’è mai nessuno della Polizia penitenziaria. Questa è la vera ragione che mi ha spinto a venire e ho colto con piacere l’invito di Ornella Favero. In maniera molto semplice, anche perché l’orario è quello che è, volevo semplicemente fare una riflessione che è oggetto di quello che è il lavoro di tutti i giorni, che si fa, o meglio, che cerco di fare per quello che è il mio incarico istituzionale. Io lavoro a Prato, sono un funzionario direttivo da quasi due anni e sono un vice commissario. Svolgo la funzione di comandante dal 1997: nessuno mi aveva detto cosa voleva dire fare il comandante di un penitenziario. Ho 22 anni di servizio e mi sono accorto strada facendo che era una cosa seria, perché i problemi in carcere, a seconda della prospettiva dai quali li guardi, assumono una veste differente. Io sono rientrato in servizio attivo da 45 giorni perché sono stato un anno in formazione a Roma, una formazione che mi ha lasciato l’amaro in bocca e ne parlo perché il problema della formazione, secondo me, è forse il principale problema che ha il corpo di Polizia penitenziaria”.
