Archivio di Marzo 2009

28 Marzo 2009

5‰

Nelle nostre carceri di Sant’Anna si trovano attualmente detenute più di 500 persone, alcuni poco di buono, altri poveracci, altri tutt’e due. Sono aumentate molto quest’anno, tanto che non si sa più dove metterle, c’è anche chi è costretto a passare la notte su un materasso in terra. Sono in maggioranza stranieri, arrivati da tutte le parti del mondo, tossicodipendenti che non hanno ancora trovato il modo di uscire dalla loro dipendenza, tanti poveracci, persone senza fissa dimora, che ora la trovano solo in carcere.

Molti tornano in circolazione nelle condizioni di prima, se non peggio; già! perché dal carcere si esce (e, nonostante gli slogan, non si butta la chiave) e si esce spesso senza paracadute, una fonte di reddito anche piccola, una stanza in cui dormire, qualche legame affettivo (spesso gli ultimi si perdono dentro, per la difficoltà di tenerli vivi, perché chi è rimasto fuori se ne costruisce degli altri); in queste condizioni non c’è da meravigliarsi se il tasso di recidività è molto alto…

In quel luogo, da cui la speranza sembra bandita, entrano anche i volontari per… non sappiamo bene come dire per fare cosa, ma se chiedete ai carcerati vi accorgerete che conoscono i nostri nomi e ci chiamano, quando ci vedono passare, con le richieste più strane e più …umane, una caramella o una sigaretta, un paio di scarpe, un libro, un dono per il loro bimbo, un fiore per la loro donna.

Come Gruppo Carcere-Città, esistenti dal 1987, senza scordarci le vittime dei loro reati, cerchiamo di incontrarne alcuni là dove passano le loro giornate, dando loro, quando e come possiamo, qualche aiuto e qualche speranza, in particolare riguardo alle loro famiglie. Riteniamo che sia più costruttivo che ignorarli o liberarli come se non ci fosse problema.

La legge consente a ogni cittadino, quando fa la dichiarazione dei redditi, di destinare a una iniziativa di sua scelta il 5 per mille.

Ti andrebbe di indicare noi? Praticamente, si riempie l’apposita casella scrivendo: C.F. 94035860363.

Nella pagina  ”Consuntivo economico 2008″, qui di lato, trovi un breve riassunto del nostro bilancio e delle attività che svolgiamo in carcere.

 

    GRUPPO  CARCERE-CITTÀ

    Via M. Curie, 22 41100 Modena
    C.F.94035860363

 

 

 

1 Marzo 2009

Tutela della vita in carcere

Nella sala teatro della Casa Circondariale S. Anna di Modena si è tenuta mercoledì 25 febbraio 2009 una giornata di sensibilizzazione sulla “Prevenzione dei suicidi e tutela della vita in carcere”, rivolta a detenuti, agenti di Polizia penitenziaria, operatori sanitari, volontariato.

Pubblichiamo lo schema dell’intervento fatto da Paola Cigarini a nome del volontariato.

 

Voglio fare una premessa che mi consenta di entrare nel tema in modo sincero e, se possibile, coraggioso.

A chi interessa la prevenzione dei suicidi in carcere?

Quello che interessa all’opinione pubblica è il tema della sicurezza, affidata principalmente:
   - all’aumento delle pene detentive;
   - a sempre maggiori restrizioni per chi è detenuto;
   - a minori misure alternative;
   - a una punizione sempre più pesante che deve portare in sé un di più di sofferenza per soddisfare una logica di “retribuzione”, pena proporzionata al reato…

Una diffusa opinione pubblica che i media documentano e abilmente manipolano chiede allora solamente più carceri per far fronte al sovraffollamento di cui tutte le carceri italiane soffrono , ma in questa logica non basteranno poche migliaia di posti gabbia a contenere il fiume di disastrati, obiettivo delle misure repressive, che questa società produce.

Occorrerebbe invece spiegare pazientemente alle persone libere che trattare poco umanamente i detenuti e non riconoscere loro i diritti umani significa esporre la società a rischi molto maggiori, perché il carcere oggi, così com’è concepito e realizzato, restituisce alla società persone sempre più squilibrate (fuori di testa, si dice dentro!), volano di insicurezza per tutti.
Occorrerebbe trasformare le emergenze in problemi… sostituire agli slogan sulla certezza della pena campagne sul senso della pena…

Una seconda premessa non può che toccare l’ipocrisia che ha caratterizzato il dibattito sulla “tutela della vita” in queste settimane con roventi dichiarazione di principio che hanno del tutto trascurato situazioni tutt’altro che marginali in cui questa tutela è, quantomeno, mal esercitata. Tra di esse quella del carcere.

In carcere ci si ammala e si muore, si usa il proprio corpo come mezzo di comunicazione per chiedere attenzione, protestare, per cercare di riguadagnare la libertà, fino alla scelta di uscire comunque da quella situazione, foss’anche con la morte.

Il passaggio dalla sanità penitenziaria alla sanità pubblica, legata al territorio può, anche nel carcere, spostare l’accento dalla malattia alla ricerca di un benessere psicofisico che consenta alla persona di vivere in modo equilibrato anche situazioni difficili, come quelle di una lunga pena da scontare.

Il carcere è un luogo che va conosciuto da chi vi entra per “curare”.
Il carcere ammala: - il corpo (sede primaria della sofferenza, unico mezzo di comunicazione…);
                              - la mente (disagio mentale che porta fino a forme autodistruttive);
                              - il cuore (estrema difficoltà nel conservare gli affetti, o nel farli nascere quando ci sono bimbi piccoli, deresponsabilizzazione come conseguenza e reciproco abbandono…)
Il problema non è quindi solo morire di carcere, ma soprattutto “non vivere” in carcere.

E ora una parola finale sul suicidio. Mi è tornato in mente in modo dolorossimo il caso di un ragazzo che ho conosciuto bene qui in carcere; ho parlato con lui, ho colto il suo disagio senza riuscire a fare abbastanza, senza che l’istituzione riuscisse a fare abbastanza.

Ha staccato la spina che lo teneva collegato alla vita.

Il suicidio rimane un gesto che molto più della semplice morte deve essere elaborato da chi resta.

“Una volta che ti sei accorto di essere nulla, il tuo compito è diventare nulla.” (Simone Weil)

La salute in carcere (soprattutto quella mentale) non può essere delegata ai soli tecnici che offrono il sostegno terapeutico e/o ai farmaci, ma tocca tutte le persone che vivono nella situazione in cui si svolge la pena.
E allora, con il nostro strabismo di volontari, proponiamo “ronde” di sostegno pratico a cose che si possono fare, che sono già previste dalle leggi e dai regolamenti, ronde effettuate da educatori, ministri di culto, volontari che consentano al detenuto di sentirsi ancora vivo e ancora capace di progettare il proprio futuro (casa, lavoro, relazioni, affettività…).