Archivio di Aprile 2009

27 Aprile 2009

Piccola speranza


“Ancora una volta, nell’insicurezza del mondo moderno,
nell’insicurezza, nell’insufficienza delle dottrine moderne,
nella vanità scandalosa, nel vuoto (…), in questa incurabile
sterilità, in questa vanità, in questo vuoto roso, in questa futilità,
in questa fatuità una volta ancora il vecchio tronco darà vita a
delle foglie e a dei rami, ancora una volta la vecchia linfa lavorerà

il vecchio tronco, ed il vecchio tronco rifiorirà, il vecchio tronco
metterà delle gemme, che diverranno dei rami, il vecchio tronco metterà
delle gemme e dei fiori, delle foglie e dei frutti.
Ancora una volta la grazia lavorerà.

Ancora una volta essa lavora, già, amico mio

(Charles Pèguy)

 

Oggi la galera è un posto molto vicino all’Inferno sulla Terra, per desolazione, disperazione, solitudine e non senso, e non t’aspetteresti di trovarLa lì.

Invece Lei c’è. La piccola speranza, come la definiva il poeta francese Pèguy, fa capolino ogni giorno…

La vedi chiaramente sul volto della persona detenuta che attende un incontro (con l’avvocato, col proprio caro, con l’educatore, con il volontario…), che anela a fare la telefonata a casa per sentire che mentre lui è lì – inutile a far nulla – la vita all’esterno scorre ugualmente, che spera nell’arrivo di una lettera da parte di qualcuno che si sia ricordato di lui!

Poi La intravedi timidamente sul viso dei familiari, in fila per consegnare i pacchi e andare a colloquio col “proprio” detenuto, costretti fuori che ci sia nebbia o sole a picco, pioggia sottile o neve in abbondanza; loro, soprattutto i bambini, pagano infinite volte le colpe non commesse, eppure una domanda di speranza è anche nei loro sguardi bassi.

Nei volontari Lei ha sempre un nome: perché si riveli, è sufficiente riuscire a far avere a Franco la sua pasta per i denti o a Mohammed, “nuovo giunto” (in gergo carcerario, colui che è appena entrato), un paio di mutande.

Ma la Speranza maiuscola, la più audace che si possa immaginare, è quella di chi il reato l’ha subìto e non si lascia sopraffare dai mostri dell’odio: persone a cui è stato sottratto qualcosa o qualcuno, pur tuttavia capaci di aggirare la logica della vendetta verso il colpevole e, nella richiesta legittima della giustizia, pretendere un significato educativo della pena.

Persone come Olga, vedova del giuslavorista Massimo D’Antona, (ucciso il 20 maggio 1999 da un commando delle nuove Brigate Rosse), che ha raccontato il suo dramma nel libro Così raro, così perduto e, incontrando alcuni detenuti del carcere Due Palazzi di Padova, ha offerto questa testimonianza:

“Tenete conto che la mia era una famiglia come tante altre, mio marito quella mattina prende il caffè, mi saluta sulla porta, scende per andare a lavorare e incontra due persone che gli sparano sei colpi di pistola nel cuore. Io non capivo cosa mi stava succedendo, perché, di cosa si trattasse, da che parte fosse venuta questa aggressione. Una famiglia come la nostra, noi ritenevamo di non avere nemici, e quindi la mia prima esigenza era quella di capire cosa mi stava succedendo e perché, e l’altra cosa che immediatamente dentro di me ho sentito è stata: “Ma le persone che hanno commesso questo delitto, anche se dovessero pentirsi veramente, comunque non potrebbero mai sanare ciò che è accaduto”. La cosa che mi colpiva era l’irreversibilità di quell’atto: anche se queste persone dovessero ravvedersi, non potrebbero fare niente per sanare questo dramma.

E nello stesso tempo c’era appunto il bisogno di vedere in faccia queste persone, di avere un dialogo, di raccontare chi ero io, chi era mio marito, di capire io e far capire a loro, insomma, perché ogni atto deve avere una ragione, una finalità, e questa era la mia esigenza primaria.

(…) Non tutti reagiscono allo stesso modo e il dolore, le ferite, sono sempre aperte. Per quel che mi riguarda, non ve ne so spiegare nemmeno la ragione, ma per mia fortuna, e dico per mia fortuna, non ho mai sentito in me sentimenti di vendetta, non sono stata vittima dell’odio, che credo sia la cosa più devastante, un veleno, un qualcosa che ti fa stare ancora più male.

(…) Perché oggi sono qui? Perché a tutti, anche a voi che siete in carcere, certo, noi dobbiamo dare una speranza. Nessuno può vivere senza una speranza! Io contrasto quelli che tendono – per strumentalizzazioni politiche – ad assecondare un sentimento vendicativo di tante persone che nasce dalla paura: la paura dell’immigrato, la paura della violenza, la gente che si sente minacciate le proprie sicurezze.

(…) A me non dà sollievo pensare che una persona viene chiusa in una gabbia. Vorrei che esistessero forme di rieducazione e di riabilitazione che non so neanche immaginare, però di tipo diverso. Purtroppo la società in qualche modo si deve difendere da persone che possono rappresentare un pericolo, ma certo non mi piace l’accanimento: laddove le persone mostrano di non rappresentare più un pericolo sociale, io non sono di quelli che si accaniscono. Mi piacerebbe molto che questa società sapesse trovare forme preventive, che si trovasse il modo – e in alcuni casi non dovrebbe essere così complicato – di prevenire certi reati piuttosto che mettere in campo soltanto attività di tipo repressivo, che forse alla fine sono le più facili quando il delitto è già avvenuto”. 

I volontari del Gruppo Carcere-Città di Modena