Ulisse – n° 6 settembre 2015

Ulisse – Il giornale della Casa Circondariale S. Anna – N° 6

Gli stati generali dell’esecuzione penale

Il Ministro della giustizia, Andrea Orlando, OLYMPUS DIGITAL CAMERAha avviato un ampio e approfondito confronto su un tema che tocca direttamente le persone detenute: la vita in carcere che deve essere dignitosa per chi vi lavora e per chi vi è ristretto.
Il lavoro è articolato in 18 tavoli tematici. Sono stati richiesti contributi a tutti  coloro che a vario titolo operano nelle carceri. Si sono però scordati di chiedere il contributo di quelli che ci vivono, le persone detenute, che hanno alzato la mano e hanno preso la parola, anche se su un tema soltanto, quello del tavolo 17,  che parla del rapporto con i familiari e del percorso di reinserimento del detenuto quando la pena finisce e torna in società.
I detenuti del reparto “Ulisse” ci hanno ragionato sopra tutta l’estate e questo giornale riporta il succo dei loro interventi.

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Comunicato dopo la rivolta a S. Anna

COMUNICATO STAMPA
GRUPPO CARCERE-CITTÀ

Sottoscritto da:
Gruppo Carcere-Città
Emanuela Carta, CSI Modena Volontariato
Giulio Marini, Porta aperta al carcere
Francesco Pagano, Giorni Nuovi Società Cooperativa Sociale
Andrea Abate, UISP

I fatti accaduti nel carcere di Sant’ Anna domenica scorsa ci riempiono di dolore e di tristezza. Noi volontari abbiamo da sempre l’ambizione di portare in carcere un di più di umanità reso possibile dalla nostra libertà e dalla capacità di fare riferimento ai temi dei diritti che nemmeno entrando si perdono.

Già da alcune settimane l’emergenza sanitaria e le conseguenti restrizioni in merito al suo contenimento ci avevano fatto sparire dalla vita del carcere e dei detenuti e poi via via sono stati rallentati i rapporti con i familiari, sono stati sospesi i permessi, il lavoro esterno e, in definitiva, ogni genere di rapporto con il mondo.

In questo contesto il coranavirus ha messo a nudo la condizione carceraria, l’ha riportata indietro a prima della legge Gozzini. I fragili vivono in ogni contesto, ma in carcere più che altrove. Lì si assommano povertà, condizioni di solitudine totale, tossicodipendenza, anzianità, malattia mentale e, senza distinzione, un vincolo di totale dipendenza che impedisce l’assunzione di responsabilità.
E così, in una domenica pomeriggio ancora più vuota degli altri giorni è arrivata la rottura, l’andare incontro alla morte non per la libertà, ma per il solo rifiuto di questo vuoto e dell’angoscia che ne deriva.

Il carcere non educa alla responsabilità, già lo sapevamo, ma ci ha fatto molto male vedere tanti giovani alzarsi solo per distruggere, non per tentare di aprire una prospettiva, senza nemmeno una parola da dire, da urlare. E, alla fine, quello che è apparso a noi è stato l’assalto ai farmaci, al metadone, alla morte.

Con tanto dolore dentro non possiamo però tacere le responsabilità di chi consente che le carceri siano sovraffollate o di chi continua a non collocare negli istituti personale dell’area educativa, tra psicologi, criminologi, educatori e operatori della sanità. I dati sono allarmanti: con una capienza regolamentare di 369 posti, al 29 febbraio 2020 erano presenti a Modena 562 detenuti e, al 6 febbraio, quattro funzionari della professionalità giuridico-pedagogica e una sola esperta ex art. 80 O.P. per 38 ore mensili.
A questo si sommano le responsabilità di chi ostacola la fruizione di misure alternative al carcere per chi ne ha i requisiti. Ci sembra inoltre che il Ministro della Giustizia sia impegnato a riaffermare astratti principi di legalità senza niente mettere in campo per favorire quelle azioni rieducative che la nostra Costituzione esige.

Purtroppo, una società forte di pregiudizi e condizionamenti, difficilmente si sforza di riflettere sul ruolo della pena ma preferisce istintivamente carceri lontane e chiuse; lo chiede una parte abbondante della popolazione come del resto anche alcuni sindacati di polizia. Noi volontari abbiamo invece maturato nel corso degli anni la netta consapevolezza che solo l’aumento significativo del rapporto tra le persone detenute e il mondo esterno può aiutarle ad assumere responsabilità e a rialzarsi. E solo allargando l’attenzione il più possibile anche a chi non conosce la realtà carceraria è possibile andare verso un dialogo che non escluda nessuno.

Da ultimo bisogna dire che questa scelta di morte non ha riguardato tutta la popolazione carceraria: non sappiamo quante persone abbiano partecipato alla rivolta, ma è certamente una minoranza, anche se significativa. Nostro dovere è rivolgerci agli altri e ai sopravvissuti per rigettare le basi di un cammino di responsabilità, perché solo così è possibile la libertà.

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