Ulisse – n° 8 febbraio 2016

Negli scritti di questo numero si intravvede, dietro le affermazioni esplicite riguardanti il tema della responsabilità che il detenuto deve assumere nei confronti dei fatti che lo hanno portato in carcere, un sottile senso di solitudine, qualche volta di abbandono ed in primo piano emerge chiara la domanda di attenzione e di dialogo.cane viola
Qui in carcere ci sono tante cose che non vanno, dalle cucine dove sembra non sia possibile preparare un cibo gradevole, sufficientemente vario, in condizioni igieniche sane, ai lavatoi che nelle sezioni non funzionano, all’incertezza su che cosa i familiari possono portare, che scarpe ci si possono mettere, quale radiolina si può ascoltare e… l’elenco potrebbe allungarsi senza fine.
Si è parlato e discusso di queste cose in redazione, ma nessuno ha scelto di metterle al centro della propria riflessione, nella certezza che non sono la causa del disagio delle persone qui ristrette, ma semmai una delle conseguenze, che può essere attenuata solo da un’assunzione di responsabilità collettiva, certo delle persone detenute, ma anche delle figure istituzionali su cui ricade l’impegno di una sempre maggiore umanizzazione della pena.

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