Ulisse – n° 9 aprile 2016

Il senso della pena

Lo abbiamo affrontato a vari livelli cogliendone la dimensione umana oltre che giuridica.“Apparentemente la cosa è semplice.De Roma La comunità, offesa dal delitto, si fa risarcire con fette di vita, prelevate da quel bisturi inappuntabile che è il processo. È tutto ineccepibile, non si potrebbe accettare un perdono generalizzato, specie a proposito dei delitti più gravi. Il singolo può e deve sforzarsi di perdonare, la collettività deve praticare la giustizia”. (E. Fassone, Fine pena: ora, Palermo, Sellerio, 2015).
Questo primo livello non è stato contestato da nessuno nei nostri dialoghi che spesso si sono trasformati in discussioni appassionate. Ineccepibile, come dice Fassone che poi però continua dicendo: “Eppure si sente che qualcosa non funziona, non appaga…” Questo lo si percepisce quando, dopo la sentenza, il reo viene condotto “prigioniero” in carcere.
Il “senso della pena” adesso è un altro. C’è anzitutto il desiderio di vendetta della società che può, almeno in parte, dirsi appagato. Su questo aspetto vigilerà la stampa, occhiuta a scorgere qualsiasi attenuazione della pena inflitta, pronta a denunciare anche un sorriso o un attimo di gioia del detenuto che “deve vivere in afflizione!”.
Infine c’è lo sconcerto, il vuoto, l’intontimento del reo che sente il rumore dei cancelli che si chiudono alle sue spalle e si ritrova solo, nudo, dolorante. È a questo punto che inizia per lui un percorso in cui cercare un senso per la propria pena, per le sue giornate spesso inutilmente vuote, per i mesi o gli anni che trascorrerà lì chiuso. Lo cercherà con l’aiuto degli altri, gli operatori che a vario titolo lavorano nella struttura carceraria, i suoi compagni di detenzione, la famiglia e gli amici che ha lasciato fuori. Lo potrà trovare solo guardando dentro se stesso, se avrà la capacità e la forza di farlo.
È di questo che parlano prevalentemente gli scritti di questo numero.
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