Fra pochi giorni uscirò…

Una volontaria ha raccolto le confidenze di due detenute prossime al “fine pena”, i loro ricordi, le loro attese, i loro dubbi sulle scelte future. Le trascrive qui con fedeltà, soltanto omettendo i nomi che non servono al lettore.

“Sono qui dentro soltanto da due mesi, la mia vita è densa di esperienze e questo periodo rappresenta soltanto una parentesi nella mia vita. Ciò che conta è il mio passato, ricco di lavori diversi e di affetti. Ho soltanto 24 anni, ma nella mia vita ho già vissuto tante esperienze, come se fossi già una donna più adulta. Ho fatto la modella, ho zappato la terra, ho curato un’anziana, ho badato ai miei fratelli, tutti più piccoli di me. L’amore verso i bambini mi è stato insegnato da mia madre: lei è maestra d’asilo al mio paese e ha sempre lavorato con passione, trasmettendo a ogni bambino un affetto speciale, coccolandoli, raccontando loro storie sempre nuove, regalando sempre un sorriso accogliente… Ogni tanto, quando ero più piccola, anche io la accompagnavo a scuola e rimanevo nella sua classe. Sono sicura che anche in questi giorni di Natale, come accade da quando sono abbastanza grande da potermelo ricordare, ogni giorno qualche bimbo va a bussare alla nostra porta per portare un regalo alla mamma, per salutarla o per ringraziarla. Mi ricordo perfettamente che ogni giorno la mamma andava a scuola entusiasta di lavorare con i suoi bambini e non accusava mai la stanchezza. Mia madre è una madre speciale: ha sempre ricolmato noi figli di amore e di attenzione. È stata mia mamma, quando avevo quattro anni, a insegnarmi a scrivere e la prima parola che ho scritto è stata proprio “mamma”. Quando ho cominciato le elementari sapevo già scrivere… È proprio questo amore, della mamma, del papà e dei miei fratelli che mi consente di non lasciarmi abbattere qua dentro: sento dentro di me la forza che mi trasmettono. So che questo periodo presto finirà: i miei avvocati – ne ho due! – mi dicono che devo solo avere pazienza perché si tratta di lungaggini burocratiche dovute al sistema, ma presto potrò stare a casa con mio marito, a Torino. Se i miei sanno che sono qui dentro? All’inizio ho detto a mio marito di dire loro che ero impegnata, ma che stavo bene. Poi però il silenzio si prolungava per troppo tempo e io sono abituata a telefonare a casa almeno una volta alla settimana. Si stavano cominciando a preoccupare oltre misura così ho dovuto dire loro la verità. Ma hanno capito, sanno perfettamente che è un incidente di percorso, colpa di una persona di cui mi fidavo… Come ho detto loro però nessuna esperienza è inutile, sono sicura che mi insegnerà qualcosa: Dio ci mette alla prova e noi dobbiamo cogliere quanto di positivo viviamo in ogni situazione. Hanno capito che sono serena perché so in coscienza di essere pulita dentro. È grazie a loro se posso dire di sentirmi forte. Quando uscirò da qua dentro sarò più forte e consapevole di prima: ora posso dire di avere scoperto in me e nelle persone che ho conosciuto qui emozioni e pensieri che mi erano ignoti prima. Non voglio dire che sono contenta di essere qui, no, questo mai. Ma posso sicuramente dire che ho imparato qualcosa che non conoscevo prima. E che mi servirà per il mio futuro. Un futuro che mi aspetta oltre queste mura, non so se a Torino o in Romania. Devo riflettere. La scelta non è semplice. Mio marito non sa il rumeno, però è in grado di parlucchiarlo: riesce a scambiare qualche chiacchiera con mia madre, al telefono. Ma lo sanno tutti: voi italiani siete tra gli europei quelli che hanno maggiore difficoltà a imparare le lingue straniere… Per me invece imparare italiano è stato semplice: la radice latina facilita notevolmente il processo di comprensione e di apprendimento. Le assicuro comunque, la Romania è bellissima: so che voi qua pensate sia povera sul piano economico e piena di delinquenti, ma non è così. Sarebbe come se io, conoscendo l’Italia di cinquant’anni fa, mi fossi fatta un’idea degli italiani in funzione dell’emigrazione e del tasso di povertà. È vero: la povertà è un problema e alcuni sono delinquenti, ma la riprova che tutto questo sta rapidamente cambiando è che ora siamo entrati in Europa. Questo dovrebbe rassicurarvi. La invito a casa mia, veramente, sarebbe un onore. Io abito a Bucarest e le assicuro, non è solo lo stato di Dracula: è pieno di storia, di monumenti e la natura è bellissima. Potrei portarla sui monti, a due ore dalla capitale: il panorama è mozzafiato. Mi chiede se ho ricordi lontani del regime di Ceausescu… Certo: ero una bambina e i ricordi dolorosi rimangono scolpiti nella memoria dei piccoli e assumono contorni ancor più lancinanti rispetto all’adulto che, forse, ha maggiori strumenti per capire. Noi eravamo tagliati fuori da tutto quanto accadeva nel mondo: la televisione e i libri ci parlavano soltanto della Romania e della Russia. La Russia era il nostro modello: io ho dovuto imparare anche il russo nei primi due anni delle elementari. Si rende conto di che cosa significhi vivere in una realtà ovattata, dove non esiste nessun altro oltre a te e il popolo cui appartieni mentre il resto del mondo è annullato? Questo non consente il formarsi di un pensiero veramente libero. Si vive nell’ignoranza. Però lo stato dava una casa e un lavoro a tutti: bastava dichiarare l’intenzione di sposarsi che lo stato forniva una lavoro e un’abitazione. Così è stato per i miei genitori. Però non c’era la libertà di decidere che cosa fare, che cosa mangiare, dove andare… Mi ricordo che sono stati i giovani a far cadere il comunismo: sono stati loro a scendere nelle strade. Prima a Timisoara, poi a Bucarest. È stato grazie al loro coraggio che noi oggi siamo liberi: dobbiamo a loro la possibilità di essere oggi in Europa… È veramente bello che persone da fuori, come lei, vengano qui a trovarci: ci fate respirare l’aria della libertà e vedere volti che non potremmo incontrare qui dentro. Sì, noi ragazze qui dentro andiamo d’accordo, per me non c’è differenza tra rumene, persone di colore, sudamericane. Nell’ora di socialità possiamo parlare tra noi oppure in cella condivido il mio tempo con quella ragazza giovane che ora sta ballando. Anche lei è rumena, ha appena compiuto diciotto anni… Mi chiede se ho freddo perché non ho le calze? No, non ho freddo. In questo momento non ho le calze perché le ho distribuite tutte alle altre, che non ne avevano e quelle che avevo io piacevano loro… Lunedì finalmente mio marito verrà qua a trovarmi: gli hanno dato il permesso. È già due mesi che non lo vedo. È due mesi che non vedo nessuno… Mio marito è siciliano e siamo già stati qualche volta in Sicilia: è bellissima! Io sono sposata da tre anni, ma solo ora, da quando sono qua dentro mi è venuta proprio voglia di fare la mamma: è un desiderio fortissimo. Qua dentro penso spesso a quell’angioletto di mio nipote: mi manca tantissimo. Lui abita in Romania, è il figlio di mia sorella minore. Io no, ancora figli non ne ho. Ma penso che quando uscirò… Come le dicevo, ho fatto la modella, ma prima ho anche zappato la terra. Come dite voi? Dalle stelle alle stalle… Fare la modella non è semplice, bisogna essere molto rigorosi e disciplinati. Sì, è un mondo di persone in competizione. Ma ci sono anche persone carine, umane. Non è possibile fare a lungo quel lavoro. A 27 anni già sei troppo vecchia. Ma è stata una bella esperienza. Ora sto cercando di mettere su chili. Mi piacerebbe fare la maestra quando uscirò di qui. Come mia madre. Ora è tempo per noi di tornare in cella, la saluto e la ringrazio. Quando tornerete a trovarci?”

“Ho trentaquattro anni e in Colombia ho quattro figlie: tutte femmine. La più grande ha sedici anni e come me ama molto leggere: da qua le ho mandato qualche libro, Il piccolo principe, Il Diario di Anna Frank… Lei ama leggere e io le ho regalato le mie poesie, quelle che scrivevo già quando ero bambina. Quando mi sono sposata, giovanissima, ho cominciato ad andare male a scuola – non studiavo più tanto! – e mia madre, dato che era arrabbiata con me, ha buttato via tutte le poesie che avevo scritto. Ma quelle che ho salvato e quelle che ho scritto dopo quell’episodio le ho regalate tutte alla mia figlia più grande. Le ha lette tutte. Anche qui scrivo, scrivo in continuazione. Soltanto adesso non scrivo, forse perché sto per uscire e ho altri pensieri per la testa. Devo decidere e le scelte non sono semplici. Ti dicevo di mia figlia, quella grande. È proprio come me, solo che lei è molto più affidabile: è precisa e rigorosa. La terza invece ha un caratterino… Non assomiglia a mio marito: lui è paziente, lascia sempre parlare gli altri. No, non assomiglia a lui. Non so da chi abbia preso. Forse però, a pensarci bene, potrebbe aver preso da mia madre: non è cattiva, sai? Assolutamente. Soltanto è decisa. Ora è lei che bada le mie figlie ed è stanca. Quando tornerò a casa lei potrà andarsene in America e riposarsi. Me lo dice sempre. È molto stanca. Capisco: stare dietro alle mie figlie e a mio figlio adottivo non è semplice. È proprio questa la decisione che non mi lascia tregua: rimanere in Italia o tornare in Colombia? È difficile. Io amo l’Italia. All’inizio ho vissuto e lavorato a Roma: per me non è stato difficile imparare la lingua. Leggevo i giornali che trovavo sulla metro. Così ho imparato prima a leggere poi a parlare. Per un certo periodo poi ho lavorato presso un’anziana che faceva l’insegnante prima di andare in pensione. Così, dietro suo suggerimento, quando terminavo di lavorare mi fermavo una mezz’oretta da lei per studiare un po’ italiano e lei mi lasciava anche dei compiti da fare. Dopo qualche mese parlavo perfettamente italiano. Una ragazza che era qua prima, di Parigi, ha cercato di insegnarmi il francese, ma proprio non sono riuscita a impararlo: “mi fai girare la testa con questa lingua!”, le dicevo. Così ho smesso di studiarlo. Troppo faticoso. Eppure mi piace: è così elegante. Ma l’ho trovata una lingua troppo difficile. La mia famiglia è ebrea, così ho studiato anche la religione ebraica con un ebreo ortodosso. E per tre mesi ho studiato anche la lingua, per capire meglio i testi. E l’ho imparata un po’: anche il mio insegnante si stupiva. Insomma, ho imparato l’ebraico che è più complesso e non sono riuscita a conoscere il francese! Ma questo dipende dalla passione con cui si fanno le cose: a me l’ebraico piace molto e non ho avuto alcuna difficoltà. Anche qui ho avuto il permesso di studiare all’istituto religioso cittadino: si studiavano le religioni monoteiste, ma non era altrettanto interessante. Ti dicevo comunque della scelta complessa su cui mi sto arrovellando… Da un lato soffrirei a lasciare l’Italia: io mi trovo proprio bene qui dove faccio cose che non ho mai sperimentato prima in Colombia. Qui ho lavorato, viaggiato, sono sempre stata indipendente; se tornassi in Colombia per restare dovrei fare la mamma a tempo pieno. Credo proprio che non riuscirei più a concentrarmi solo sulla mia famiglia: anche mia madre dice lo stesso. Il problema è che non so se sia consentito dalla legge portare qui le mie figlie. Loro me lo chiedono sempre. Per questo credo che a loro piacerebbe molto: sono piccole, si adatterebbero presto. Anche se vorrei evitare che subissero le discriminazioni che ho subito io: il colore della pelle diverso, la provenienza… No, non potrei accettare che dovessero soffrire come ho sofferto io: è difficile vivere sulla propria pelle il razzismo. In Colombia non è così: non c’è nessuna differenza tra bianchi e neri, si è tutti uguali. E poi mi dispiacerebbe allontanarle dal loro papà: loro lo amano tanto. Ma è impossibile che lui venga: è più anziano di me ed è un abitudinario. Chiedergli di venire a vivere in Italia equivarrebbe a sradicarlo. No, impossibile, non sarebbe mai in grado. Si sentirebbe perso. Per cui, l’unica soluzione sarebbe che venissimo qua le mie bambine e io. Se però non fosse possibile, allora rimarrei io in Colombia. Anche se veramente soffrirei moltissimo perché mi piace l’Italia e sarei in difficoltà a dover rinunciare alla mia indipendenza. Certo, uscita da qui, dovrei comunque scontare alcuni mesi ai domiciliari e mi rimarrebbe comunque il tempo per pensare alla soluzione migliore. Stando qui poi ho conosciuto una parte di me che non sospettavo esistesse: sono sempre stata paziente e qui invece mi sono scoperta aggressiva. Io stessa mi sono stupita e, in parte, spaventata. “Ma come mi hanno trasformato?”, mi chiedevo. Non mi riconoscevo più e quella me stessa che vedevo non mi piaceva. Ma sai, qua dentro si vivono esperienze e si conoscono persone che ti fanno cambiare. Tirano fuori da noi parti sconosciute a noi stesse. Tutte le persone che entrano qui dentro perdono l’ingenuità: è impossibile uscire ingenui da qui. Io ormai sono dentro da tre anni: la ragazza con cui parlavi prima è dentro da due mesi profuma ancora di libertà, mentre io ormai puzzo di ruggine. Da quando sono qua dentro sono ingrassata: non si fa nulla di dinamico. Ma non sono preoccupata: appena esco, dimagrisco nuovamente perché riprendo a muovermi e a lavorare. Ormai dovrei uscire a giorni. Speravo anzi di essere già fuori, ma l’avvocato è in ferie… Quando uscirò finirò di scontare la pena e avrò il tempo di decidere cosa sarà meglio fare della mia vita. Ti ringrazio della visita, mi ha fatto piacere parlare con te. Però, la prossima volta che tornerai – so che tornerai perché una volta che entri qui e ci conosci, ci vuoi subito un bene tale che hai voglia di tornare a trovarci – spero di non essere più qua io…”

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